Il mantra delle Realtà

by Pier

Questo secondo post riparte dalla fine del primo, in cui ci chiedevano come si possa cominciare a vivere meglio prendendo coscienza del fatto che è impossibile definire la “realtà” in maniera univoca.

Ora, io non è che abbia la risposta al quesito: ho sperimentato che la cosa funziona, ci ho riflettuto un po’ e sono arrivato a qualche conclusione che mi sembra utile riportare qui sotto.

Per un verso,

è una continua causa di frustrazione la sensazione di vivere in un mondo in cui gli altri si comportano in maniera incomprensibile, seguendo strade che non sono riportate sulla nostra mappa: dal modo in cui guidano l’auto o la bici, a come si vestono, a cosa vanno a vedere al cinema o cosa guardano alla tivù, fino a come votano alle elezioni politiche o al Festival di Sanremo.

In parallelo, si sviluppa un senso di estraniazione, e ci si sente come inascoltate cassandre che cercano invano di mostrare agli altri quale sia la “realtà” vera (ossia, naturalmente, quella che vediamo noi): un comportamento diverso dal nostro è un’oscura minaccia alla nostra architettura del mondo e delle cose, alle nostre sicurezze faticosamente costruite, ai nostri valori: il rifiuto degli altri di recepire le nostre “indicazioni stradali” ci fa sentire emarginati e incompresi, profondamente soli.

Per il verso opposto,

la presunta necessità di corrispondere alla realtà altrui, nell’illusione di creare in questo modo armonia nell’ambiente in cui viviamo e non subire critiche (guarda caso, le stesse critiche che noi siamo tanto prodighi nel distribuire al nostro prossimo) genera una continua “pressione di adeguatezza” e, dunque, ansia, nel tentativo (destinato al fallimento) di essere per gli tutti gli altri quello che sentiamo di essere per noi stessi.

Questa idea è figlia (o per lo meno nipote…) della famosa aberrazione evangelica del “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” (la frase, di per sé animata dalle migliori intenzioni, andrebbe leggermente modificata in: “non fare agli altri ciò che gli altri non vorrebbero fosse fatto loro”).

Se, però,

riusciamo a comprendere che il comportamento altrui è perfettamente coerente con il loro mondo (per quanto possa non esserlo con il nostro), questa sensazione sgradevole diminuisce fino a scomparire, perché ciò equivale a capire come la gente non guidi a quaranta all’ora, e non si vesta in modo buffo, non vada a vedere “Vacanze sul Nilo” e non voti Bossi con l’intento preciso di darci fastidio (per lo meno, non sempre… ), ma solo perché tutto ciò è coerente con la loro realtà, che è loro e soltanto loro, e non minaccia in alcun modo la nostra.

E se riusciamo, inoltre,

a liberarci dal preteso obbligo di doverci continuamente adeguare alla realtà altrui, ci sentiremo più liberi di adeguarci a noi stessi (gli unici dei cui stati d’animo siamo veramente responsabili), il che rappresenta, da solo, un passo fondamentale verso un’esistenza più serena. Infatti, nel momento in cui cominceremo a non considerare più come “in errore” coloro che non si comportano secondo i nostri parametri, cominceremo nello stesso tempo a non considerare più “in errore” neppure noi stessi quando non ci comportiamo secondo i parametri (che noi attribuiamo) loro: smettendo di giudicare, non ci sentiremo più giudicati, insomma.

*  *  *

Quando ho cominciato,

con fatica, a cercare di implementare questo atteggiamento oltre la blindatura difensiva delle mie ostinate meningi, mi è stato molto utile quello che io chiamo “mantra delle Realtà”.

All’epoca soffrivo molto ogni volta in cui mi imbattevo nel comportamento “incongruo” di qualcuno, anche (direi quasi, paradossalmente: soprattutto) se il qualcuno in questione era un perfetto estraneo, e il suo comportamento non aveva nessuna conseguenza significativa sulla mia vita.

E beh, sì, si può dire senz’altro che fossi piuttosto intollerante (credo di avere ereditato questo atteggiamento da mia madre, la quale deve averlo ereditato, a propria volta, da mio nonno).

Per quanto convinto razionalmente del fatto che ognuno ha il diritto di vivere come vuole (almeno finché il suo modo di vivere non limita quello altrui, nel qual caso deve intervenire un qualche processo di mediazione), e nonostante questa concezione illuminista della libertà individuale, non potevo impedirmi di confrontare di continuo i miei parametri con quelli degli altri, e il mio mantra automatico dell’epoca era:

“Io non so come fa certa gente a (…) così”,

dove, a posto dei puntini, si può mettere un verbo a scelta fra, tipo “guidare”, “vestirsi”, “pensarla”, “parlare”, “mangiare”, “fregarsene”, “ragionare”…

Fu allora che provai ad introdurre il mantra delle Realtà, e cioè:

“Non esistono realtà giuste e sbagliate, ma soltanto realtà differenti”.

Ora, tanto per precisare: questa storia del “mantra” è un po’ seria e un po’ no: non credo che la frase in sé abbia un qualche potere mistico; tuttavia (e questo sarà sicuramente oggetto di una prossima trattazione più approfondita) la semplice formulazione di un pensiero, con parole precise, e la sua pronuncia ad alta voce, aiuta a “re-inquadrare” (i PNListi parlano precisamente di re-framing) una situazione, ed a modificare il modo in cui questa stessa situazione viene recepita.

Provare per credere…

Ovviamente, non è qualcosa che avvenga per magia dalla sera al mattino,

ma aiuta a distaccarsi un po’ alla volta dalla schiavitù di percorsi mentali involontari che – badate bene – non sono di per sé sbagliati (altrimenti il nostro “mantra delle Realtà” sarebbe un paradosso), ma sono disfunzionali alla nostra felicità, così come una carta geografica poco fedele al territorio è disfunzionale al nostro desiderio di arrivare dove vogliamo arrivare.

Ho applicato il Mantra delle Realtà

(e lo applico tutt’ora, proprio per la necessità di pettinare i pensieri tutti i giorni) quando qualcuno guida troppo piano o troppo veloce, quando un cliente è troppo apprensivo o troppo sbattipalle, quando qualcuno mi si infila davanti in coda, e anche quando leggo sul giornale di un tizio che ha ucciso il figlio a martellate, o di un politico che sperpera quattrini pubblici per mantenersi una mezza dozzina di amanti: nella loro realtà, quello è il comportamento adeguato, punto e basta.

Certamente, alcuni comportamenti non possono essere accettati,

ma non per un ideale principio di giusto/sbagliato in sè, quanto per una semplice necessità di equilibrio sociale (vedi sopra il concetto di “libertà” espresso da Voltaire o, per dirla con Hobbes, perché, nel momento in cui viene istituito uno Stato sovrano, il tempo “delle spade”, ossia la legge del più forte, deve venire meno: ciascuno limita la propria libertà in cambio di una maggior sicurezza).

Per concludere,

una storiella che ho letto non so più dove (o che forse ho inventato io…).

Dunque, c’era questo contadino che annaffiava il proprio campo facendo avanti e indietro con un secchiello per attingere acqua da un fiume lontano mille piedi. Impiegava tutta la giornata: se avesse invece utilizzato due grandi secchie bilanciate su un bastone, come usavano gli altri contadini, avrebbe fatto lo stesso lavoro in poche ore.

Un filosofo passava di lì: restò per un pezzo ad osservarlo e poi, con il cuore ricolmo di umana compassione per il pover’uomo, si procurò due secchie ed un robusto bastone, le diede al contadino e gli disse: “Usa queste, piuttosto: risparmierai migliaia passi, e ti resterà più tempo per fare ciò che ti piace!”

Il contadino lo guardò, e rispose: “Non voglio le tue secchie! Accanto al fiume abita una fanciulla che ha occhi bellissimi, ed ogni volta che vado ad attingere acqua posso vederla: guardare quella fanciulla, è ciò che più mi piace.”

Meditate, gente, meditate..

Cheers,

Pier